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l’interruzione della politica

La scena inaugurale della filosofia occidentale si apre in un’aula di tribunale, dove un uomo giusto, Socrate, viene processato per accuse
infondate.
È accusato di aver introdotto nuovi dèi, un’accusa priva di senso perché non si è mai occupato di religione.
Ed è accusato di aver corrotto i giovani, un’accusa che può aver senso solo per un’autorità tirannica e repressiva, che il modo in cui Socrate avrebbe corrotto i giovani sarebbe stato di insegnare a loro di educarli alla discussione e alla critica.
Socrate si difende con grande dignità e si dichiara addirittura
un benefattore della città di Atene perché, dice, la sua costante discussione, la sua costante critica, ha impedito alla città di dormire sugli allori e quindi di perdere la sua integrità.
Ma la giuria – o forse dovrei dire meglio, l’assemblea caotica e vociante che lo giudica, perché non si trattava di una giuria di dieci o dodici individui ma di una massa informe di oltre cinquecento cittadini – la giuria dunque decreta la sua colpevolezza e la sua condanna a morte.
La scena si aggiorna a circa un mese dopo, nella cella del carcere dove Socrate sta attendendo l’esecuzione, i suoi amici si sono dati da fare e vorrebbero farlo evadere; quindi il più caro di questi amici, Critone, gli fa visita nella cella alle prime luci dell’alba e cerca di convincerlo appunto a fuggire. Ma Socrate non ne vuole sapere,
la sua condanna è stata ingiusta certo ma gli è stata inflitta nel pieno rispetto formale delle leggi di Atene, quindi se lui fuggisse violerebbe queste leggi, commetterebbe a sua volta un’ingiustizia.
I suoi avversari, i suoi accusatori, hanno commesso un’ingiustizia, manipolando il sistema per farlo condannare, ma questo, dice Socrate, riguarda loro, riguarda la loro coscienza e la loro anima; io, dice Socrate, voglio rimanere puro e preferisco morire innocente.
Il che puntualmente avviene un paio di giorni dopo, quando viene giustiziato.
A raccontarci questi episodi è Platone, che di Socrate era discepolo,
che aveva all’epoca meno di trent’anni e che, profondamente influenzato dalla figura e dal comportamento del suo maestro, continuò a occuparsi di filosofia per il resto della sua vita fino alla morte a ottanta anni.
Della sua vasta produzione Platone si occupa di molti temi, ma una domanda in particolare lo interessa, l’ossessiona quasi: cioè come è possibile che si eviti il ripetersi di episodi del genere, come è possibile evitare in futuro che una persona giusta come Socrate venga condannato, giustiziato.
La risposta di Platone a questa domanda la troviamo nel modo più dettagliato nel suo capolavoro, La Repubblica, dove la prima cosa che impariamo è che uno stato in partenza è un insieme di diversi, vari interessi, istanze, voci, progetti; quindi il primo obiettivo di uno stato dev’essere quello di realizzare fra tutti questi diversi interessi e progetti un confronto, arrivare quindi a un’unità di intenti.
Questa dunque è la prima lezione che impariamo nel primo testo fondamentale di filosofia politica dell’occidente, che la politica – cioè l’arte di amministrare uno stato – è l’arte e la scienza
di gestire il confronto fra diversi. E molti stati, forse anche tutti gli stati esistenti, pensa Platone, questo confronto lo gestiscono malissimo, quindi sono uno stato di nome ma non di fatto, di fatto solo una congerie di staterelli costantemente in lotta gli uni con gli altri, per esempio uno stato dei ricchi in lotta contro uno stato dei poveri.
Platone, e Aristotele dopo di lui, sono conviti di sapere quale sia il sistema politico che meglio gestisce il confronto fra diversi; distinguono i classici sistemi di monarchia – governo dell’uno – aristocrazia – governo di pochi – e democrazia – governo del popolo – e credono che una certa forma di aristocrazia, in cui a governare siano i migliori, che per loro vuol dire le persone più virtuose, sia quella che meglio può amministrare lo stato, meglio può gestire il confronto tra diversi.
Questa dunque la lezione dei grandi filosofi greci.
Ma due secoli dopo la discussione cambia radicalmente di segno, per opera non di un filosofo o intellettuale di professione, ma di una persona che di mestiere faceva il militare, precisamente il secondo in capo e il comandante della cavalleria dell’esercito della Lega Achea, una confederazione che riuniva molte città greche e che, nel secondo secolo avanti Cristo, si trovava in conflitto con la Repubblica Romana, come capitava di solito di quei tempi. Ne uscirà sconfitta e i romani pretesero che un certo numero di dignitari greci andassero a vivere a Roma, sostanzialmente come ostaggi, e con la loro presenza a Roma garantissero che i loro concittadini mantenessero i trattati di pace.
Fra questi dignitari c’era la persona di cui stiamo parlando, cioè Polibio, il quale, avendo dovuto abbandonare la carriera militare, decise di dedicarsi alla storia e alla politica. Anche Polibio, come Platone, era affascinato da una fondamentale domanda, cioè voleva sapere quale fosse l’origine, la fonte, il segreto se volete, della grandezza di rRoma, come era possibile che la Repubblica Romana si fosse mantenuta forte salda e stabile per secoli, conquistando praticamente tutti i paesi del mediterraneo e senza mai perdere nulla
di quel che aveva acquistato.
La risposta di Polibio a questa domanda cambiò, come ho detto le carte in tavola della riflessione politica occidentale, perché, disse Polibio, la forza della Repubblica Romana sta nel non aver scelto un singolo sistema di governo, ma nell’aver costruito un sistema misto
in cui sono presenti elementi di tutti i vari sistemi di governo: ci sono consoli, con un potere praticamente regale, c’è un senato con autorità aristocratiche e, a rappresentanza del popolo, ci sono il tribuni della plebe che a Roma avevano grande autorità e grande potere. Ed è proprio dall’equilibrio di tutte queste diverse forze, dal bilanciamento di questi poteri contrapposti, che la repubblica acquista la sua grande forza.
Finché si manterrà questo equilibrio la repubblica sarà in grado di trarre da ciascuno degli elementi che compongono il suo miglior contributo.
La lezione di Polibio è stata ripetuta molte volte nel corso dei secoli: la ripete Cicerone, nel dialogo De republica, in cui peraltro parla della sua repubblica, la repubblica romana; la ripete Machiavelli,
nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, e la ripete, con interessanti, importanti variazioni, il testo fondamentale della teoria politica moderna, Lo spirito delle leggi di Montesquieu.
Dice Montesquieu che nessuna istanza, nessuna qualità dovrebbe essere esente dal controllo ed al limite esercitato da altre istanze e altre qualità, anche la virtù – dice Montesquieu – deve essere controllata e limitata da altre qualità se non vuole trasformarsi in una mostruosità. Quindi, la base di questa idea elabora quella classica divisione dei poteri, che è a fondamento di tutte le Costituzioni dei paesi civili contemporanei, fra poteri legislativo esecutivo e giudiziario, che grosso modo richiamano le tre classiche forme di governo: il potere legislativo la democrazia, il potere esecutivo la monarchia, il potere giudiziario la aristocrazia.
Quando, qualche decennio dopo lo Spirito delle leggi, i padri fondatori della repubblica americana si guardavano intorno, cercando modelli per elaborare la loro Costituzione, Polibio torna d’attualità. Thomas Jefferson aveva numerose copie delle Storie di Polibio nella sua biblioteca personale, e occasionalmente ne comprava altre per regalare ai suoi amici. E la Costituzione americana, elaborata da Jefferson e dagli altri padri fondatori,
non è, come spesso erroneamente si pensa, si dice, una democrazia
ma è, per esplicito e deliberato volere dei padri fondatori, un sistema misto, in cui si conpenetrano elementi monarchici – un presidente con poteri quasi regali – elementi democratici – soprattutto la Camera dei rappresentanti, in cui non a caso i membri durano in carica soltanto due anni e sono quindi costantemente in campagna elettorale, costantemente a contatto con il loro elettorato –
ed elementi aristocratiche – oggi soprattutto alla Corte Suprema, ma fino al 1913, quando passò i diciassettesimo emendamento, anche il Senato perché prima di allora il senatori non erano eletti dal voto popolare ma nominati dalle legislature dei vari stati.
Quindi la riflessione di 2500 anni, la riflessione politica di tutto questo periodo, ci consegna due lezioni fondamentali: la politica
è l’arte, la scienza del confronto fra diversi e il modo migliore per gestire questo confronto è realizzando un equilibrio fra questi diversi, un bilanciamento fra tutte le forze in campo.
Ora, voi potete capire come con queste lezioni in mente io sia rimasto perplesso, quando all’inizio della cosiddetta pandemia – parlo del febbraio-marzo 2020 – mi è sembrato che tutt’a un tratto si fosse interrotta la politica: la politica, e con essa il confronto ed equilibrio fra diversi, fosse stata sospesa e una singola istanza, un singolo interesse, cioè la nuda vita, la nuda sopravvivenza, non tanto, non soltanto prevalesse sugli altri ma li annullasse, li cancellasse come se non esistessero proprio.
Era come, dico nel mio libro La grande paura, quando si gioca a briscola e il due di briscola è in grado di tagliare anche l’asso di un altro seme, non importa quanto conti l’asso, non importa quanti punti valga, basta un due di briscola per acquisirlo. Oppure, per fare un paragone piu dignitoso, è come se si fosse passati dalla politica ad assumere un atteggiamento di carattere religioso: per la persona di fede religiosa i dogmi dalla sua fede prevalgono in modo assoluto su qualsiasi altra istanza, su qualsiasi altro interesse; queste altre istanze, questi altri interessi, potranno dibattere, negoziare fra loro finché non entra in campo un dogma della fede, ma appena uno di essi entrasse in conflitto con un dogma, il discorso sarebbe chiuso,
la partita sarebbe finita anzi, non sarebbe mai neanche cominciata.
Ecco quindi, la mia impressione era che si fosse sostituito alla politica un atteggiamento di carattere religioso, una specie di dittatura formale in cui una forma di vita, una forma di interesse
tagliava come il due di briscola tutte le altre, come preludio per una dittatura sostanziale che da allora si sta cercando di istituire, in cui alcune, poche, persone dicono a tutte le altre che cosa devono fare.
Quando ho detto queste cose, e continuo a dirle, alcuni miei amici hanno obiettato che vabbe’ però se non si ha la vita
non si è in grado di perseguire nessun altro interesse, nessun altro valore, nessun altro ideale, la vita, dicono, è condizione necessaria per perseguire qualsiasi altra cosa. Qui devo dire, mi viene sempre da reagire con un certo vigore, anche con un po’ di sdegno, perché
questa obiezione che mi viene posta è proprio falsa, non è proprio vero che la vita sia condizione necessaria per perseguire qualsiasi cosa, è anzi spesso vero che il modo migliore per perseguire un interesse, un valore, un ideale per affermarlo sia quello di perdere la vita. Socrate, da cui siamo partiti, ce lo testimonia: fu ucciso ingiustamente, quindi potremmo dire che perso quella battaglia, ma sembra proprio che abbia vinto la guerra, perché 2400 anni dopo siamo ancora qui a meditare il suo esempio e il suo insegnamento, e quell’esempio, quell’insegnamento sono rimasti alla base della riflessione morale e politica dell’occidente, molto di più senz’altro
che se si fosse salvato la vita scappando dal carcere, quei pochi anni di vita che gli rimanevano, perché aveva già settant’anni.
Ma non c’è bisogno di tornare indietro di duemila anni, possiamo guardare molto piu vicino a noi, nel tempo e nello spazio: il museo Monumento al Deportato di Carpi è un’istituzione di grande importanza, grafite sulle sue pareti sono 99 frasi tratte da lettere
di condannati a morte della resistenza europea; anni fa fui coinvolto in un’iniziativa in cui ciascuno di noi era invitato a scegliere una di queste frasi e commentarla; ma al di là dell’iniziativa, quello che veramente conta è che ebbi l’occasione, l’opportunità di leggere e di rileggere queste lettere, queste frasi e devo dire che sono frasi che lasciano il segno, sono scritte da person giovani, che avevano tutta la vita davanti e che scelsero di rinunciare a quella vita, anche in modo piuttosto sgradevole devo dire, perché molto spesso insieme alla morte c’era anche la tortura, che scelsero di rinunciare alla vita perché ne valeva la pena, perché rinunciare alla vita, accettare anche la tortura, era meglio dell’alternativa, meglio dell’azione, meglio del tradimento, meglio anche semplicemente del fuggire o lasciare il carcere abbandonando indietro i propri compagni.
Piero Calamandrei, uno dei padri fondatori della nostra Repubblica, della nostra Costituzione, in un discorso tenuto a un gruppo di giovani il 1955, dice a questi giovani:

se volete sapere dove è nata alla nostra costituzione andate sulle montagne, nelle carceri, nei campi dove hanno lottato sono stati torturati e uccisi i partigiani, è lì che nata alla nostra Costituzione

e aveva ragione, perché sono stati questi giovani, è stato il loro sacrificio il loro dolore e il loro sangue a ridarci dignità, quel tanto di dignità che ancora potevamo avere, con che faccia avremmo potuto guardare al mondo dopo aver passato piuù di vent’anni ad obbedire ciecamente come pecore fedeli a un dittatore folle che chiedeva cose assurde e che poi lasciò l’Italia in un cumulo di macerie. Sono stati i partigiani, è stato il loro dolore il loro sacrificio e il loro sangue a ridare dignità a noi stessi, al nostro paese e anche alla nostra Costituzione, a permetterci di rialzare la testa e guardare avanti verso un futuro ancora possibile.
Di questi tempi non siamo minacciati di tortura e di morte, almeno per il momento, ma senz’altro ci sono delle pene, ci sono dei sacrifici in gioco e allora chiediamoci, ciascuno di noi chieda a se stesso, che cosa siamo disposti pronti a sacrificare per mantenere la nostra dignità, la dignità del nostro paese, la dignità della nostra Costituzione, che cosa siamo disposti a fare per essere all’altezza
del sacrificio dei nostri martiri.

Fonte: Ermanno Bencivenga in Spazio di libertà – Byoblu